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“In Italia c’è più pluralismo ma spesso i giornalisti difendono i loro interessi di partito”
– L’uso degli “amici” e le tattiche degli “untori” - La riscossa del quarto potere

INTERVISTA A GIULIANO AMATO

Le difficoltà nel rapporto tra politica e informazione sono di antica data. Nel 1984 Stampa Subalpina, bollettino del Sindacato piemontese dei giornalisti, pubblicò in proposito un’intervista a Giuliano Amato, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Alcune sue risposte su questo tema sono tutt’oggi di notevole attualità.

A colloquio con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
Amato: tra politico e stampa ci sono troppe scorrettezze

“In Italia c’è più pluralismo ma spesso i giornalisti difendono i loro interessi di partito” – L’uso degli “amici” e le tattiche degli “untori” - La riscossa del quarto potere
di Edmondo Rho

La politica, a volte, entra con impeto nella vita delle persone. Giuliano Amato, professore universitario di diritto costituzionale, era reduce da un viaggio di studi negli Stati Uniti, quando Bettino Craxi lo mandò a commissionare la federazione socialista di Torino, dopo lo scandalo del 2 marzo scorso.

Così il professore si trovò improvvisamente dall’altra parte della barricata: capolista del Psi alle elezioni nella circoscrizione Torino – Novara – Vercelli ed eletto alla Camera con oltre trentamila preferenze (“Il voto di preferenza – dice ora – è l’effetto di una società elitaria: sarebbe da abolire, attualmente è il candidato che sceglie l’elettore e non viceversa”), Craxi lo ha voluto con sé a Palazzo Chigi come sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Amato si occupa, dalla sua poltrona, anche dell’applicazione della legge sull’editoria: in realtà sulla poltrona rimane seduto ben poco, è sempre in movimento. Durante l’intervista che ha concesso a Stampa Subalpina nella hall di un albergo torinese lo chiamano al telefono sette o otto volte nel giro di un’ora: il caso Montefibre a Verbania impone un contatto continuo con i ministri Scalfaro e Altissimo, ci sono i problemi del partito che si accavallano a quelli del Governo.

Un vero stillicidio di impegni per il sottosegretario più potente d’Italia, che si muove nell’ombra ma è sempre – o quasi – presente, tant’è vero che un giornale lo ha definito “Sua Eminenza Rosa” (“Preferisco non commentare – sorride Amato -, è stata solo una cattiveria…”). Ma il rosa, gli facciamo notare, è anche il colore di una cronaca indiscreta, magari un po’ pettegola sui fatti – anche personali – dei politici.

“La cronaca rosa sui politici è positiva: da un lato riflette un’attenzione personalizzata al mondo della politica, dall’altro permette di conoscere meglio persone diversamente incorniciate nello stereotipo del Palazzo; nelle dichiarazioni ufficiali…”.
Ma i problemi del rapporto informazione – potere politico sono ben altri: spesso sono proprio i politici a lamentare un’informazione poco corretta nei loro confronti. Partiamo da questo dato per parlare del pluralismo dell’informazione in Italia, un problema tornato d’attualità in Piemonte dopo la sospensione delle pubblicazioni della Gazzetta del Popolo.
“E’ innegabile che ci sia da noi un pluralismo informativo più ampio che in altri Paesi. Ci sono diversi esempi all’estero di una pluralità di testate locali, ma in genere tributarie verso testate nazionali, o attraverso la sudditanza diretta o tramite l’acquisto dei commenti dai “syndacates” dell’informazione. L’Italia invece è uno dei pochi Paesi che rispetta le realtà locali della provincia, anche grazie alla presenza di corpi redazionali nelle testate minori che si esprimono in prima persona sui fatti generali, dando voce così al modo in cui singole aree del Paese vedono problemi nazionali. I giornalisti della Gazzetta del Popolo (anche adesso che il giornale ha sospeso le pubblicazioni, ma continua a uscire Stampa Subalpina) parlano dei Bacini di crisi, di Craxi o del Libano, a prescindere dall’opinione espressa in proposito dal Corriere della Sera o da La Repubblica. Questo è un fatto positivo, ma è bilanciato da un fatto negativo: oltre a questo pluralismo di testate c’è spesso in Italia un pluralismo tra giornalisti di diversi partiti impegnati nelle redazioni a difendere il loro interesse partitico. E questo è un fortissimo limite”.

- D’accordo, ma questo non deriva forse anche da scarsa correttezza dei politici verso il mondo dell’informazione?
“Non c’è una grande correttezza da questo punto di vista… o meglio: si possono trovare diverse forme di scorrettezza dei politici verso la stampa. Questo pluralismo partitico nell’informazione forma un circolo vizioso, per cui l’uomo politico nella critica della stampa vede un attacco politico nei suoi confronti e quindi respingere la critica, anche se è motivata. D’altra parte ci sono politici che tentano di costruirsi un’immagine attraverso il favore di questa o quella parte della stampa, e quindi cercano di scavare nel “quarto potere” alla ricerca dei giornalisti amici. E quando il rapporto diventa di complicità, la situazione risulta comunque falsata”.

- E se invece un giornalista attacca un politico, che succede? Claudio Martelli affermò in proposito che il politico può a sua volta attaccare il giornalista: lei è d’accordo o la sproporzione tra il potere politico e quello del giornalista implica una “contraddizion che nol consente”?

“Sono abbastanza d’accordo con Martelli: la sproporzione non è un dato assoluto, può giocare anche a favore del giornalista in alcuni casi concreti. Non posso dimenticare il caso del mio compagno di partito Angelini, arrestato in pieno congresso di Palermo e additato come delinquente da tutti i mass-media d’Italia, salvo essere assolto un anno dopo per non aver commesso alcun reato; ma sulla sentenza di assoluzione ci fu un disinteresse generale da parte mass-media. Ci sono momenti in cui la sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti dei partiti è enorme, e in quei momenti il potere del giornalista è gigantesco: basta che punti il dito sull’untore, e quello è un untore…”

- Allora lei sostiene che il quarto potere, frammentato e lottizzato, ricompone una sua unità in termini di riscossa verso il potere politico? Si può fare da questo punto di vista un parallelo tra il quarto e il terzo potere?
“Molti atteggiamenti della magistratura in questi ultimi anni si spiegano proprio in termini di “riscossa del terzo potere”. E questo lo considero terrificante. Alcuni esponenti della magistratura sembrano a volte più motivati dal desiderio di “mettere a posto” i politici che non dalla volontà di far giustizia sui singoli casi. Ma la magistratura non può essere la “ramazza della Storia”, e nemmeno il quarto potere può esserlo. Si può assumere il ruolo di contestare il potere politico, ma per esercitare utilmente questa funzione non si può partire dalla premessa che il potere è irrimediabilmente corrotto e perverso, e solo in una “società nuova” le cose potranno cambiare (da questo punto di vista, il quarto potere come potere che contesta deriva da un’impostazione culturale di tipo comunista). Penso invece che ognuno – politici, giornalisti, magistrati – debba fare la sua parte ma non per una “società nuova”, bensì in nome del miglior funzionamento della società presente”.

- Ma per il miglior funzionamento della società occorrono anche le riforme: cosa bisogna modificare – rispetto al dettato costituzionale e alle altre leggi – per quanto riguarda i diritti e i doveri dell’informazione?
“In Italia c’è una disciplina profondamente sbagliata sulla stampa, ma non è un problema solo di tipo costituzionale. L’accento prevalente dell’articolo 21 della Costituzione riguarda lo sganciamento della stampa dal potere esecutivo: ma oggi abbiamo problemi di altro genere, di rapporto tra stampa e potere economico, tra proprietà e corpi redazionali, tutti aspetti allora ignorati dai costituenti. Ma, al di là della riscrittura dei dettami costituzionali, avremmo bisogno di uno statuto della stampa, di uno statuto dei diritti all’informazione del cittadino, avremmo bisogno di superare quel “do ut des” reciproco per cui attualmente la stampa è parzialmente finanziata dallo stato e in cambio lo Stato ha il potere di decidere molte cose sulla stampa, a cominciare dal prezzo di vendita dei giornali”.

settembre 2004

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