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INPGI/ C'è da spostare una macchina. Cioè Cescutti (di Pino Nicotri)

Ah sì, ecco: la cassa. Marina Cosi nella lettera diffusa dalla mailing list di Nuova Informazione e pubblicata sul Barbiere a un certo punto definisce così l’Inpgi: la cassa! Riferendosi alla eventualità del commissariamento dell’Istituto dice che i colleghi non solo non capirebbero, ma anzi protesterebbero perché, anziché mettersi d’accordo per amministrare bene l’Istituto, i neo eletti consiglieri si mettono “invece a litigare "regalando" ad un commissario di nomina ministeriale la cassa”.

La cassa, dunque. A voler essere fetente, quale sono e fui, potrei dire che questa visione, come dire?, alquanto quattrinesca dell’Inpgi spiega molto bene il non volerla assolutamente mollare, l’avvinghiarsi ad essa tramite il povero Gabriele Cescutti, il Presidentissimo Che Fa Benissimo, ma che comincia a temere di finire schiacciatissimo. Non a caso giungono echi di minacce di sua uscita lagunare dalla corrente-partito, portandosi appresso i fedelissimi veneti. I fedelissimi veneti e la mania della Spectre (Cia? Kgb? Sid? Sifar? Sismi? Sisde? Mah, mistero) dietro le banalissime proteste di inquilini come me costretti alla fine, dalla disperazione, a rimboccarsi le maniche in Inpgi.Sicambia anziché continuare a cazzeggiare beati. Prima o poi riuscirò a capire, spero, come mai nei palazzi di proprietà della “cassa” anche la riparazione di una qualunque cazzata diventa spesso e volentieri una tragedia greca, una rissa da Calzolari, mentre il siòr Presidente continua invece a negare l’evidenza ripetendo imperterrito “Tutto va ben, madama la marchesa”.

Ma evitiamo le cattiverie e veniamo alle cose serie, se non altro per rispetto verso quei colleghi che, come Chiodini, Venchiarutti e Sabbatini, cercano di non restare prigionieri degli schieramenti precostituiti e di spingere onestamente al ragionamento collettivo.

Dunque. E’ vero che lo statuto era noto anche prima delle elezioni, ma è anche vero che da un pezzo si discute di cambiarlo perché ha delle pecche evidenti. Venchiarutti fa l’esempio del quorum anelastico, che andrebbe abbassato dopo un certo numero di fumate nere (accade così, mi pare, anche per l’elezione del presidente della Repubblica): ma questo esempio non è appunto una conferma del fatto che lo statuto è da rivedere?

Io aggiungo l’esempio della rieleggibilità perpetua del presidente, cosa, diciamocela francamente, più da soglio pontificio o da monarchia che da presidente di un ente serio. Di norma le presidenze serie, da quella degli Stati Uniti a quella della Repubblica italiana, dopo due mandati consecutivi di quattro anni l’uno oppure dopo uno solo di sette anni vietano di ricandidarsi. Cescutti può essere un genio, il miglior manager del mondo, ma tre mandati sono troppi, sarebbero troppi anche se eleggessimo presidente una persona per bene come la buonanima di papa Luciani. E in ogni caso, Cescutti non deve essere un manager geniale se è sotto gli occhi di tutti che siamo arrivati al muro contro muro e al quasi commissariamento.

Rifaccio inoltre l’esempio cui nessuno ha risposto: davvero si pensa sia sensato, ancorché formalmente legittimo, nominare fiduciari dell’Inpgi a Milano, Roma e Napoli colleghi della lista che ha sì vinto a livello nazionale, ma ha straperso in quelle tre città-regioni?

Insomma, che lo statuto vada cambiato lo si può negare solo se si è in malafede. Concordo, perché l’ho già detto mille volte, che sarebbe meglio prendere un manager di professione e limitarci, noi giornalisti, a un controllo esterno. Severo e implacabile, ma esterno. Tenendoci anche alla larga, per elementari questioni di igiene, dal settore edilizio e relative manutenzioni!

Chiodini propone di fare un CdA con i primi 10 più votati di singole regioni. Può anche andar bene, può anche essere ragionevole, ma questo insistere sulle singole regioni lo trovo inadeguato. So che non si può fare, ma se prendessimo invece i primi dieci eletti in assoluto, non farebbero gli interessi anche dei pugliesi e valdostani solo perché tutti lombardi o laziali o campani? Colleghi, mi pare che le elezioni per la Fnsi abbiano una suddivisione dei collegi e/o un meccanismo elettorale diversi da quelli dell’Inpgi (proporzionale, maggioritario, l’uno o l’altro con correzioni, “totalitario”, ecc.). Come mai? E’ sensato? Non ho risposte da dare, badate bene, ma mi pare che le domande siano legittime e quindi bisogna cercare risposte adeguate ai tempi e alla realtà. Vi faccio notare, colleghi, che i membri designati nel CdA dell’Inpgi (di nomina governativa, editoriale, sindacale, ecc.) non sono affatto scelti su base regionale, e nessuno se ne scandalizza. Ha ancora senso, oggi, la fissazione di sapore ormai “bossiano” di una suddivisione su basi così spiccatamente regionali?

Infine, la presenza nel CdA Inpgi del vertice sindacale, cioè della Fnsi. No bbuono, colleghi, no bbuono! E’ sin troppo evidente il pericolo della “cinghia di trasmissione”, e infatti la rivista on line della Fnsi e il suo designato nel CdA dell’Inpgi, nella fattispecie Serventi Longhi, fanno da supporter di Cescutti e viceversa. Poiché sono, o almeno tento di essere, una persona seria, eviterò di rendere di pubblico dominio da chi ho visto fare pressioni, e con quali promesse, come fossimo al mercato delle vacche, su almeno uno dei consiglieri che il 4 dicembre ha contribuito a far mancare il numero legale pur di convincerlo a fare marcia indietro.

I cavoli dell’Inpgi devono essere risolti dagli eletti dell’Inpgi, senza pressioni pazzesche da parte di “designati” di qualunque tipo. Però avverto: se rivedrò all’opera “offertizia” certe teste almeno in apparenza lucide, mi vedrò costretto mio malgrado a rinunciare al riserbo. La decenza credo infatti sia un obbligo di tutti noi, spediti a fare i consiglieri e non i consiglieri.

Veniamo all’eventuale commissariamento. Sarò anche scemo, ma non ho capito perché sarebbe la fine dell’Istituto e delle pensioni. Intanto si tratterebbe di un commissariamento temporaneo, lo stretto necessario a farci ritrovare il senno perduto, e non di una misura definitiva. Mi pare arduo che il commissario, ancorché governativo e per giunta di questo bel governo, possa rapinare “la cassa”. Franco Abruzzo dice che è già successo e non è morto nessuno. Dice forse una balla? Qualcuno vuole sostenere che ci sono stati invece furti, morti e sfracelli per mano commissariale sino a negare l’autonomia dell’Inpgi? Mi pare una tesi decisamente ardua, visto che l’Inpgi esiste, è autonoma e in saluta non propriamente tisica. Che poi il governo per far cassa voglia fottersi TUTTI gli istituti previdenziali, questo è un altro discorso, che non c’entra una mazza con la maggiore o minore litigiosità interna agli stessi istituti.

Ma poi, la faccenda è molto semplice: se i colleghi come Marina Cosi di Nuova Informazione e “Monica” del Barbiere sono davvero convinti che il commissario sia l’orco sbranatore, dicano a Cescutti di spostarsi, e che non è educato volersi pappare tutti i posti in CdA, manco fosse Idi Amin Dada. I dirigenti seri quando sono di ostacolo insormontabile, quando non possono restare in sella senza troppi danni, si fanno da parte spontaneamente, senza che gli si debba tirare le pietre o i carciofi in faccia. Solo i facinorosi e gli sfasciacarrozze resistono a qualunque costo. “Roma o morte” s’è visto come è andata a finire, e comunque Cescutti non è Roma.

Chiudo con una considerazione di metodo. Venchiarutti ha avanzato una proposta ad Andriolo, presidente dall’Associazione lombarda dei giornalisti. Bene. Ma non sarebbe stato meglio trovarci tutti assieme noi eletti milanesi, Inpgi.Si cambia e Inpgi.Nonsicambia, per discutere il da farsi? Ho provato a proporlo via e-mail ai tre o quattro colleghi dell’”altra sponda” che più o meno conosco almeno per sentito dire, ma come tutta risposta ho ricevuto solo un rancoroso silenzio. Talmente rancoroso da non rispondere neppure alla successiva mia e-mail di semplici e civili auguri di buon anno nuovo.

Colleghi, ma dove siamo arrivati? E dove andremo a finire di questo passo?

Pino Nicotri

P.S. A De Bono e a Filippo il Macedone preferisco von Moltke, quello della marcia concentrica su Vienna, o lo sfondamento al centro con accerchiamento delle ali, alla Annibale mi pare. Anche Filippo non era male, però proprio per questo starei attento alla moglie Olimpiade e al figlio Alessandro: pare infatti che ad avvelenare il marito sia stata lei, per far spazio alle smanie del figlio tappo di statura e perciò disposto a tutto pur di diventare Magno. Intelligenti, pauca.

12 gennaio 2004

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