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COMMISTIONE INFORMAZIONE - PUBBLICITA'/
Non accusiamo Abruzzo (di Pino Nicotri)

Beh, adesso è toccato al collega Edoardo Segantini. Ci spiace, e mi spiace.
Ma non possiamo sparare a zero contro Franco Abruzzo, il presidente dell'
Ordine della Lombardia da molti criticato per un attivismo ritenuto
eccessivo e persecutorio, quasi fosse un luddista e un feroce avversario
della pubblicità. Ma poi: persecutorio nei confronti di chi? Basta andarsi a
leggere quante sanzioni e ammonimenti ha emesso l'Ordine di Milano (ripeto:
l'Ordine, non Franco Abruzzo) per rendersi conto che non guarda in faccia a
nessuno, né al Corsera, persino difeso in certe circostanze contro pareri e
sentenze del tribunale di Milano, né a Repubblica né a L'Espresso né a
Italia 1 né a Panorama, ecc., ecc.

E guardate che ve lo dico io, che da Abruzzo sono stato non ammonito, ma
sospeso due mesi dalla professione, cosa che non mi ha affatto né divertito
né lasciato indifferente. Poiché ritengo di essere stato vittima di un
errore, ho fatto ricorso. Mi sono incazzato come una iena contro "Ciccio" (e
contro alcuni membri della giuria), gli saranno fischiate le orecchie per le
maledizioni, ho raccolto ben felice la solidarietà di molti colleghi, ma non
ho mai detto che Abruzzo è un mascalzone, un luddista, un persecutore: mi
sono rivolto all'istanza dove si rivolgono le doglianze, cioè al Consiglio
nazionale dell'Ordine. Se mi assolveranno, bene, anche Abruzzo e l'Ordine di
Milano possono sbagliare. Se non mi assolveranno, mi rivolgerò dove le leggi
mi consentono di rivolgermi, alla magistratura credo, ma eviterò comunque
sia il suicidio che l'omicidio sia pure a mezzo parole come pietre.

Sono a favore dell'elementare principio di civiltà, giuridica e non solo,
che è meglio un colpevole libero che un innocente in galera e sono a favore
anche di un altro elementare principio: sino a sentenza definitiva si deve
essere considerati innocenti. Ciò detto, da parte dell'Ordine preferisco una
azione in più anziché una in meno e per un paio di ottimi motivi. Primo: gli
editori esagerano e non molti direttori, condirettori, vicedirettori,
redattori capo (centrali e non), capiservizio e quant'altro sanno tenere la
schiena dritta e i pantaloni alzati. Prova ne sia lo sbraco permanente in
televisione, privata e di Stato, dove i soffietti (chiamiamoli pudicamente
così) al potente di turno, di destra, di sinistra o di centro, si sprecano,
fino all'assurda apoteosi "azzurra" a reti ultra unificate del 24 gennaio,
anno 10° p.B.i.c.d. (=post Berlusconem in campo discaesum). E quindi un
"aiutino" alla nostra schiena da parte dell'Ordine non fa mai male, anche se
sotto forma di staffilata. O c'è qualcuno che vuole sostenere che gli
editori sono con noi tutti corretti? Nel caso, alzi la mano e lo dica,
spiegando le sue ragioni.

Secondo: anche Segantini può fare ricorso. Se verrà ritenuto innocente, come
tutti ci auguriamo, tanto meglio. Se verrà ritenuto colpevole, potrà
comunque rivolgersi alle istanze competenti, ma intanto tutti noi avremo
imparato la lezione. E avremo maggiore stimolo a dire al direttore marketing
o a chi per lui: "No, grazie".

Però il lato buono, anzi ottimo, della sentenza milanese dell'Ordine
(ripeto: dell'Ordine, non di Abruzzo) è la chiamata in causa dell'editore
del Corsera. Ci sono troppi editori che fanno i furbi. Non mancano le
sorprendenti carriere di figlie di padri molto bene ammanicati, le entrate e
le uscite dalla conduzione di programmi tv in base a meriti sin troppo
particolari, il successo di giornalisti economici in eterno contatto con gli
uffici stampa che contano ma senza mai azzeccarne una che sia una, dal
prevedibile ma non previsto afflosciarsi della Fiat al mega bidone della New
Economy passando per i capitoli a volte tragici dei vari casi Cefis,
Sindona, Gardini, Cirio, Parmalat e via truffando. Quanti amministratori
delegati o direttori del marketing si rivolgono direttamente ai redattori
capo anziché ai direttori? E quanti redattori capo sono in confidenza
sospetta con lor signori?

Non mi permetterei mai di sentenziare su un collega, tanto meno su
Segantini, che ha dato prova di professionalità e lealtà anche con l'Ordine.
Però non possiamo essere d'accordo, come non lo è neppure lui, con la
pratica degli uffici marketing di farsi consegnare il menabò, o addirittura
l'impaginato, onde poter piazzare le inserzioni pubblicitarie a ridosso
degli articoli a loro più "utili". Un ufficio marketing che non voglia
pisciare fuori dal vaso, e magari sulla nostra testa, il timone o il menabò,
e tanto meno l'impaginato, non deve neppure vederli da lontano: l'elenco e
le misure delle inserzioni pubblicitarie, corredato dalle indicazioni delle
pagine e dei singoli posti in pagina in cui piazzarli in base al tariffario
ufficiale, lo deve consegnare al direttore, che lo smisterà ai grafici e ai
responsabili giornalistici. Stop. Poi si arrangia il redattore capo
competente a ordinare articoli, servizi e inchieste e a piazzarli dove
meglio crede lui in base a considerazioni ESCLUSIVAMENTE giornalistiche e
grafiche (grafiche, cioè pur sempre almeno esteticamente giornalistiche).
Tutto ciò, si noti bene, a difesa anche dei Segantini, cioè nostra.

Non sono bravo come Abruzzo in fatto di legislazione, ma ricordo anch'io,
sette giorni la settimana, che l'articolo 1 del Contratto di lavoro, lavoro
con il quale mi guadagno il pane e buona parte della mia dignità, porta
scolpito un richiamo alle regole deontologiche. Sì, certo, Giuliano Ferrara
sulle regole deontologiche ha pareri molto particolari, ma non tutti abbiamo
il suo giro di vita e, di conseguenza, il suo pelo sullo stomaco.

Tutti, compreso Abruzzo, vogliamo la pubblicità sui giornali, e più ce n'è
più siamo contenti. Sappiamo bene, come lo sa Abruzzo, che almeno metà della
nostra busta paga, e ammennicoli vari, viene dagli introiti della
pubblicità, che non è affatto sterco del demonio. Anzi, proprio per questo
dobbiamo gridare forte che la legge Gasparri ce la ruba, tanto che
Berslusconi come auguri di buon anno in conferenza stampa ha detto chiaro e
tondo che il giornalismo su carta stampata è morto, tant'è che lui e
Gasparri gli danno una spintina verso la fossa.

Mi sorprende, anzi mi puzza assai, che i quattro consiglieri di Nuova
Informazione si siano messi di traverso non solo contro l'ammonimento a
Segantini, e fin qui ci posso arrivare (anche se storcerei il naso nel caso
il collega fosse del loro schieramento), ma persino contro la messa sotto
accusa dell'editore. Non voglio pensare neppure da lontano che lo abbiano
fatto per via della guerra che infuria attorno all'Inpgi da parte di Nuova
Informazione e alleati contro Abruzzo e alleati.

Ripeto: non lo voglio pensare. Però sarei più contento se i quattro colleghi
di Nuova Informazione avessero evitato già "a monte" di potermelo far
legittimamente pensare.

Caro Segantini, coraggio. Non è morto nessuno. Sono, per quel poco che
conta, umanamente con te. Ma non diamo la croce addosso ad Abruzzo. Che,
semmai, dovrebbe essere imitato anche altrove. Certo, a Milano c'è più
severità che altrove. Ma, cari colleghi tutti, Segantini compreso, c'è anche
più giornalismo.

Pino Nicotri

25 gennaio 2004

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