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DOPO ELEZIONI INPGI/ La parola a Gabriele Porro

Cari colleghi,

per motivi che mi sfuggono sono finito sulla vostra mail-list, pur sapendo
voi benissimo, credo, la mia militanza e le mie cariche si a livello locale
che federale per Nuova Informazione. Siccome però io credo, e così spero
anche voi, che è comunque sempre utile discutere con tutti e in tutte e sedi
(discutere, non insultarsi, come qualcuno di voi ha un po' fatto prima
durante e dopo la campagna elettorale), vi espongo alcune mie riflessioni
politico-metodologiche sull'esito delle elezioni Inpgi. Che mi portano a non
concordare con alcune vostre valutazioni: cosa che non vi stupirà, presumo.
La tesi che molti di voi sostengono, di fondo, è abbastanza chiara. La
riassumerei così: a Milano, Roma e Napoli sta il 60-65 % della categoria.
Lì noi abbiamo vinto. Quindi rappresentiamo il 60-65% della categoria.
Ed è polticamente ed elettoralmente truffaldino che governi invece
Cesacutti, con l'appoggio delle altre, minoritarie associazioni.
Questo ragionamento a mio parere ha tre punti deboli.

Il primo è che si basa sull'equivoco tra corpo elettrale e votanti
effettivi. Perchè è vero che a Milano, Roma e Napoli c'è il 60-65 della
categoria, ma se poi vanno a votare, come a Milano, solo tre elettori su 10
(circa), la rappresentanza scende al 20-25%, ovviamente. Perchè è ovvio che
chi non vota non può essere rappresentato da nessuna coalizione (sarebbe
un assoluto corto circuito aritmetico-logico politico), in quanto il suo
non-voto significa proprio che non vuol farsi rappresentare da nessuno
(il perchè, sono cavoli suoi, ma è così).

Secondo punto. Siamo dunque già scesi, come rappresentatività della
coalizione prevalente a Milano-Roma-Napoli, al 25% (cioè il 30-35% che hanno
votato sul 60-65% della categoria potenzialmente votante). Di questi
votanti, non tutti hanno votato per inpgi.si cambia. Anzi, a Milano, per
esempio, il rapporto è più o meno 55 a 45 (si potrebbe fare i conti meglio,
ma con 80 voti di distanza tra i due primi eletti siamo lì), quindi la
rappresentanza effettiva della coalizione vincente a Milano-Roma-Napoli
scende a un 12-15% massimo (forse un po' di più considerando la sproporzione
più forte di Roma e Napoli). Sulla base di queste cifre, comunque
abbondantemente inferiori al 20% di voti effettivi rispetto al collegio
potenzialmente votante, cioè agli aventi diritto al voto, francamente mi
sembra che risulti politicamente difficile gridare all'esproprio della
rappresentanza. A fronte, oltretutto, di molti voti che comunque l'altra
coalizione ha avuto in tutte le altre associazioni regionali, che saranno
anche piccole ma sono un numero rilevante.

Un'ultima ma non secondaria osservazione, stavolta di metodo. Qualunque
moderna elezione avviene su collegi elettorali determinati geograficamente
e per bacini di popolazione, e facendo leva su una rappresentanza
proporzionale di questi. Non c'è da nessuna parte un'elezione che avvenga,
come le vecchie assemblee della Statale, con la regola dell'"alziamo le mani
e io ho un voto più di te", perchè, se così fosse, cioè se valesse il
principio del numero assoluto delle schede scrutinate a prescindere da ogni
altra considerazione, tanto per fare esempi recenti, negli Usa tre anni fa
avrebbe vinto Gore, in Italia nel '96 Berlusconi e al Senato, due anni, fa,
Rutelli. Magari fosse andata così, ma il meccanismo non è e non potrebbe
essere questo. E non lo è nemmeno all'Impgi.

Scusate la lunghezza, ma questo è un tema molto importante, credo.
E grazie dell'ospitalità.

Gabriele Porro


19 novembre 2003

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