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IL
QUARTO POTERE NON TEME LA FLESSIBILITA’ (incontro con Pietro Ichino)
Da una parte una platea
di giornalisti con il pallino del sindacato, dei diritti delle redazioni
e dei lettori. Dall'altra Pietro Ichino, un professore di diritto del
lavoro da sempre militante a sinistra, ma con il pallino della flessibilità.
Mettete insieme i due ingredienti, magari un lunedì sera al Circolo
della Stampa di Milano (come è successo per l'incontro del 13 marzo
2000 organizzato dal gruppo di Quarto Potere) e otterrete qualcosa di
più di una conferenza, qualcosa di meno di un seminario,
qualcosa di diverso da una riunione professionale. Otterrete un mix bizzarro
in cui è il relatore a chiedere informazioni al <pubblico>
sulle specificità del mestiere giornalistico e il <pubblico>
ad assorbire suggerimenti, esempi e teorie applicate alla flessibilità
in altri settori e in altri Paesi che
però abbiano le caratteristiche per funzionare anche qui da noi,
applicate al mondo dell'informazione.
L'incontro tra i giornalisti di Quarto Potere è durato tre ore.
Riassunto qui sotto c'è una sorta di <bigino sulla flessibilità>
elaborato a seguito di quella serata. Agli esperti della materia sembreranno
solo pochi concetti base, ad altri una provocazione.
Noi di Quarto Potere speriamo che queste note rappresentino uno stimolo,
un invito alla riflessione proprio mentre gli editori fanno della flessibilità
la loro bandiera, non capendo o non volendo capire, che per introdurre
davvero flessibilità nella categoria giornalistica, i primi a cambiare
atteggiamento dovrebbero essere loro. Ai collleghi, poi, il <bigino>
potrebbe tornare utile per evitare che la flessibilità eroda piano
piano le nostre sicurezze per ritrovarci un giorno così pochi e
così indeboliti da fare la fine ingloriosa che stanno facendo i
poligrafici. La flessibilità, invece, è, come si vedrà,
un'occasione per ristabilire la centralità della professione e
difendere con libertà d'informazione anche il posto di lavoro.
Non sempre lo stesso, magari.
a) FLESSIBILITA': A
CHE PUNTO SIAMO?
La protezione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del '70 (quello
che
impedisce i licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo nelle
aziende
con più di 15 dipendenti) si applica in Italia a circa 5.800.000
lavoratori
dipendenti di aziende private. Un'esile minoranza rispetto al totale:
22 milioni.
Stesso rapporto o quasi tra gli <operatori dell'informazione>. Il
contratto
Fnsi (rigido e garantista sia sul piano normativo sia economico) si applica
<fino in fondo> solo ad una minoranza: sono i privilegiati che lavorano
dentro le grandi case editrici. Gli altri lavorano nei services (<con
contratti che sconfinano nello sfruttamento> Ichino), negli uffici
stampa,
nelle radio e tv minori, nei giornali locali. Sono gli abusivi, i
collaboratori, i contrattisti, i sostituti che si addossano l'intero peso
della flessibilità. Il <sistema Italia> si struttura così
a due velocità:
accanto a un nocciolo di iper garantiti c'è una galassia di iper
flessibili.
<Eppure il sindacato - dice Ichino - non si occupa gran chè
di questi
lavoratori e neppure l'establishment giornalistico sembra preoccuparsene
troppo>. Mentre gli editori hanno l'irresistibile tentazione di trasformare
tutti in lavoratori <flessibili>. E ci stanno riuscendo: il numero
dei
garantiti, in proporzione, diminuisce. Presto potrebbero essere troppo
pochi
per organizzare una difesa efficace dei loro <diritti acquisiti>.
Gli esempi
sono eccessivamente abbondanti per poter dubitare di questa tendenza:
la
storia di una categoria un tempo potentissima come quella dei poligrafici
è
lì a dimostrarcelo.
b) CONSEGUENZE ECONOMICHE
La non-flessibilità (rigidità) del mercato italiano porta
con sé una serie
di conseguenze economiche.
1) In un contesto di rigidità attenti a perdere il lavoro. C'è
una stretta
correlazione tra flessibilità e durata della disoccupazione. Infatti
tanto
più è stabile chi lavora tanto più è difficile
essere assunti. Non è un caso
se due terzi dei nostri disoccupati lo siano da più di un anno
e se
addirittura la metà dei disoccupati lo sono da più di tre
anni. Ne sanno
qualcosa gli iscritti all'elenco disoccupati Fnsi.
2) Attenti alla libera professione. Altra correlazione fissa, infatti,
riguarda il lavoro autonomo: più alta è la rigidità
del lavoro dipendente e
più aumenta la fascia del lavoro autonomo che si addossa il peso
della
non-flessibilità altrui.
3) Diffidate degli editori. E' da sfatare il mito della relazione tra
rigidità dei contratti di lavoro e competitività aziendale.
Gli editori che
chiedono flessibilità devono essere disponibili ad aumentare e
di molto i
salari dal momento che la maggiore rigidità è compensata
da una minore
retribuzione. E' come se il datore di lavoro offrisse al dipendente
l'assicurazione che gli manterrà il posto anche in caso di crisi
aziendale.
Ma per quest'assicurazione il lavoratore paga un premio accettando uno
stipendio più basso.
c) L'AMBIGUITA' DEI
SINDACATI
C'è una fondamentale ambiguità in qualsiasi intervento che
va verso un
irrigidimento del lavoro. La stessa legge, lo stesso accordo sindacale
può
essere sempre letto in due modi. Ad esempio un incremento degli standard
di
trattamento economico dei collaboratori può rappresentare:
1) Un'autodifesa del lavoro regolare contro il lavoro irregolare:
aumentare le tariffe per i free lance fa diventare il loro lavoro più
costoso e quindi meno conveniente
2) Un investimento a lungo termine per l'intera categoria: tariffe più
alte per gli esterni significano maggiore sicurezza per chi è <dentro
la
cittadella dei privilegiati>. La convenienza dei free lance ad appoggiare
una simile iniziativa dipende dalle possibilità che hanno di scavalcare
le
mura. Può essere conveniente faticare di più e aspettare
più a lungo se alla
fine ci sono ragionevoli speranze di entrare a far parte dell'eletta schiera
dei garantiti.
d) IL CONFLITTO TRA
LAVORATORI
Il conflitto tra garantiti e non garantiti (i <felssibili per forza>)
nasce
dal grado di fluidità del mercato del lavoro. Se le probabilità
di entrare
nella <cittadella dei privilegi> si avvicinano a zero, il conflitto
sarà
inevitabile. Se al contrario, c'è fluidità, turnover tra
dentro e fuori, le
due categorie di lavoratori possono condividere alcuni obbiettivi sindacali.
e) GLI SCUDI DELLA FLESSIBILITA'
Che cosa permette al lavoratore di resistere alle prepotenze o agli abusi
del datore di lavoro? La rigidità del suo contratto. Oppure? Le
chances che
ha di cambiare lavoro.
Questa possibilità dipende da tre variabili fondamentali:
1) L'informazione sulle opportunità di impiego: se il lavoro c'è,
ma
l'aspirante lavoratore non lo sa è come se non ci fosse
2) La formazione scolastica e professionale che lo renda competitivo,
aggiornato e all'avanguardia
3) La mobilità geografica: tanto più si è disponibili
a spostarsi,
tanto più aumentano le chances di trovare un'occupazione. Aumentano
addirittura in modo esponenziale con il raddoppiare del raggio di
spostamento accettabile
Il lavoratore abituato ad un regime ipergarantista è su tutti e
tre i fronti
svantaggiato: lavorare per un unico datore di lavoro gli toglie la
percezione del mercato, è minorato nella formazione perché
finisce per
specializzarsi in quello che il lavoro gli richiede perdendo capacità
di
adattamento, è tendenzialmente stanziale, con una serie di vincoli
familiari
(dalla scuola dei figli al mutuo della casa) che lo legano ad un determinato
luogo geografico. In più nel caso del lavoro giornalistico vanno
considerate le peculiarità
dovute a:
1) Linea politica dell'editore
2) Corsie per l'assunzione che non sempre hanno al primo posto la
professionalità, ma subiscono l'influsso di parentele, amicizie,
affiliazioni politiche.
3) Ristrettezza del mercato
Che fare? Già l'Unione europea sta cercando di rispondere a questa
domanda e
stanzia fondi per la formazione professionale continua, per agevolare
i
trasferimenti, per far circolare le informazioni.
f) VERSO UN SINDACATO
GIORNALISTICO NUOVO
Un sindacato moderno tutela il lavoro potenziando la forza negoziale del
singolo redattore e dà voce a chi sta fuori (non solo a parole).
Oggi, attraverso quali canali gli outsider possono far sentire il proprio
peso nel sindacato dei giornalisti? Che i <garantiti> siano in assoluta
buona fede quando si propongono di difendere i diritti di tutti, alla
lunga
è poco credibile. Un sindacato lungimirante mette in gioco qualcosa
di più
di una cessione di privilegi per i giovani. Stipendi di entrata più
bassi,
anni e anni di contratti a termine, abusivato, precariato, nuove iniziative
editoriali senza contratto giornalistico, i service: sono escamotage per
correggere la rigidità del sistema senza intaccarne il nocciolo
duro. Non
basta (e non è neppure morale) ridurre i diritti ai <new entrance>
per
permettere l'arroccamento dei <vecchi>.
A cura dei giornalisti
di Quarto Potere
MILANO,
MARZO 2000
Per contattare Quarto Potere, scrivi all'indirizzo: news@quartopotere.org.
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