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AI
GIORNALISTI LE AZIONI
DELLE IMPRESE EDITORIALI?
Il 12 giugno 2000 al
Circolo della Stampa di Milano i giornalisti di Quarto Potere hanno organizzato
una tavola rotonda per discutere della partecipazione azionaria di redattori
e freelance alle imprese editoriali. Ospiti e interlocutori due rappresentanti
della <controparte>: un direttore (Nini Briglia di Panorama) e un
economista d’azienda (Marco Vitale, tra i massimi esperti in Italia
sulla partecipazione azionaria dei dipendenti). Nessun editore presente
per non interferire con le trattative per il rinnovo del contratto nazionale.
Quella che segue è una sintesi delle opinioni espresse perché
il lavoro di quella serata possa servire al dibattito che la categoria
svilupperà in futuro.
<Partecipazione
azionaria, ovvero come si spartisce la ricchezza dell’azienda. E
il suo potere>. E’ la definizione di Nini Briglia a proposito
di quello che Quarto Potere (QP) vuole fare attivando meccanismi azionari
per i dipendenti, come per esempio le Stock option, nel mondo editoriale.
Anche se ormai Briglia ha saltato lo steccato della controparte è
comunque un giornalista e con i titoli ci sa fare. Peccato però
che non sia d’accordo.
<I redattori – argomenta Briglia – hanno già un
potere reale nelle aziende editoriali, ma lo usano bestialmente male,
in modo autolesionista, corporativo, parziale, senza alcuna visione strategica.
Dio ci scampi da giornalisti che diventano azionisti se sono gli stessi
che oggi sono rappresentati nel sindacato>. Neppure Marco Vitale, pioniere
della distribuzione azionaria ai dipendenti (lo fece al principio egli
anni ‘80 quando era amministratore della Danieli) è completamente
d’accordo con Quarto Potere. D’altra parte, organizzando la
serata al Circolo della Stampa, Quarto Potere non cercava proseliti, ma
un confronto. Il più duro possibile.
<Le Stock option – è l’esordio di Vitale –
non sono una via per ricercare diritti sindacali. Sono invece uno strumento
del capitalismo nuovo, moderno serio, non dei padroni delle ferriere che
vogliono tenersi tutto per sé. Che si adatta particolarmente bene
a quelle situazioni, come le 4.000 aziende nate attorno al Massachussets
Institute of Technology (Mit), che valorizzano il brain, il cervello,
come elemento essenziale. Può sembrare riduttivo, ma partecipare
vuol dire essere dentro l’accrescimento del capitale, non fare chiacchere.
Quello sindacale e quello azionario sono strumenti paralleli. Se tutt’e
due si sviluppano bene alla fine si rafforzano, ma se voi giornalisti
cominciate ad ingarbugliarli all’origine, indebolite l’uno
e l’altro. Credete davvero che un amministratore che vede arrivare
– faccio per dire - nel consiglio d’amministrazione del Sole
24 Ore un rappresentante dei giornalisti-azionisti, solo, isolato, possa
risolvere con lui i problemi che i redattori non riescono ad affrontare
attraverso l’organizzazione sindacale, il lavoro, la presenza quotidiana
in azienda?>
Tocca a Briglia rincarare la dose: <Prima di spartirsi la ricchezza
prodotta dalle imprese editoriali domandiamoci come viene prodotta questa
ricchezza. I giornalisti ragionano su modelli organizzativi identici dal
Dopo guerra in qua. La “catena di produzione della notizia”
che passa dal redattore al capo servizio all'ufficio centrale è
sostanzialmente identica. Gli editori non sono da meno: sono aperti per
quanto riguarda gli stipendi purché non si tocchi l’organizzazione.
Tutt’al più sanno risparmiare sui costi, terziarizzare e
aumentare i profitti con marketing e pubblicità. Ma i “clienti”,
i lettori, sono sempre meno. E con la possibilità data dalle nuove
tecnologie di instaurare un rapporto diretto tra “cliente”
e fonte di informazione, il tradizionale ruolo di mediazione del giornalista
rischia di venire meno. Ci dobbiamo adeguare con una diversa organizzazione>.
Il dibattito, facile immaginare, è stato lungo. Ma proprio sulle
tesi della <controparte>, Quarto Potere ha confermato la sua ipotesi
di partenza.
Briglia sostiene la necessità di cambiare organizzazione del lavoro
in rapporto alle nuove esigenze e ai nuovi mezzi informativi? Secondo
Quarto Potere significa che il contratto e gli strumenti retributivi pensati
per un’organizzazione diversa, vanno adeguati. E la partecipazione
azionaria, anche attraverso le Stock option, può essere una delle
soluzioni.
Vitale sostiene che la distribuzione azionaria abbia avuto successo in
quelle aziende (<come le 4.000 del Mit in cui viene valorizzato il
“brain”?>) Benissimo. Quarto Potere sostiene da sempre
che l’editoria deve puntare sulla qualità invece che sulle
<fette di salame> del marketing per aumentare le vendite. E’
proprio il cervello dei giornalisti che vuole valorizzare.
I modi e i tempi dell’ingresso del <capitale umano> nell’assetto
finanziario societario sono tutti da definire. Però alcuni <paletti>
sono già chiari. Per Quarto Potere, e sono stati tanti gli interventi
in questo senso, le Stock option dovranno essere allargate all’intero
corpo di redattori e collaboratori e non usate come leva di divisione
interna. Strumenti meritocratici devono esistere, ma essere diversi. Le
Stock option come surrogato <furbetto> della busta paga non interessano
a nessuno.
Solo così, secondo Quarto Potere, oltre che un mezzo retributivo,
l’azionariato potrà servire a cambiare il rapporto tra aziende
e giornalisti e a rafforzare il ruolo della qualità e della libertà
d’informazione.
Andrea Nicastro
di Quarto Potere
Milano, giugno 2000
Per contattare Quarto Potere, scrivi all'indirizzo: news@quartopotere.org.
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